Archive for the ‘Cinema’ Category
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“Trenta inverni fa, la guerra aprì un buco nel cielo, furono in pochi a sopravvivere, la nostra unica speranza è nelle mie mani.”
Un uomo in un futuro non troppo lontano, circa trenta anni dopo l’ultima guerra, sta attraversando in solitudine la terra desolata che un tempo era l’America. Il suo nome è Eli (Denzel Washington). Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte e campi inariditi sono i segni di una catastrofica distruzione.
Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero chiunque per un po’ d’acqua, ricordando inevitabilmente gli scenari di Ken il guerriero o la serie Mad Max.
Il protagonista è un viaggiatore che sa bene come difendersi, combattendo con straordinaria velocità e competenza. Ma non è la propria vita che difende così ferocemente, ma la speranza per il futuro: una speranza che porta con sé e protegge da trenta anni.
Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene. Quest’uomo è Carnegie, il despota di una precaria città di killer. Eli possiede un libro che contiene il segreto per restituire all’umanità speranza e dignità.
Il libro è la chiave di tutto, come si capirà solo alla fine. È il simbolo della conoscenza e del potere, quello che guida gli uomini e che li porta al miglioramento.
Un film che consiglio a chi non vuole vedere solo un film d’azione. Qualcuno lo ha definito un mix tra un film thriller, uno di fantascienza e un western. Ho letto critiche sulla parte iniziale troppo lenta, che io, invece trovo straordinariamente coinvolgente. Il ritmo lento, l’atmosfera arida e solitaria, unita all’effetto desaturato della pellicola ti trascinano nel film. Molto forte la connotazione religiosa, anche se non dà nessun tipo di indicazione a senso unico. Una visione come tante.
“(…) Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Son Io il signore del mio destino.
Son Io il capitano dell’anima mia.”
[Da Invictus, di William Ernest Henley]
La storia è ambientata in Sudafrica, nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’apartheid e all’insediamento di Nelson Mandela (Morgan Freeman) come presidente. Appena entrato in carica, Mandela si pone l’obiettivo di riappacificare la popolazione del paese, ancora divisa dall’odio fra i neri e i bianchi afrikaner. Simbolo di questa spaccatura diventa la nazionale di rugby degli Springbok, simbolo dell’orgoglio afrikaner e detestata dai neri, che però proprio in seguito alla caduta del regime dell’apartheid viene riammessa nelle competizioni internazionali dopo un boicottaggio di circa un decennio. In vista della Coppa del Mondo del 1995, ospitata proprio dal Sudafrica, Mandela si interessa alle sorti della squadra, con la speranza che una eventuale vittoria contribuisca a rafforzare l’orgoglio nazionale e lo spirito di unità del paese. In particolare, entra in contatto con il capitano Francois Pienaar (Matt Damon), facendogli capire l’importanza politica della incombente competizione sportiva. Questa frequentazione fra Pienaar e Mandela dà inizio a una serie di eventi che rafforzano il morale degli Springboks (reduci da un lungo periodo di sconfitte) e li conducono fino a una insperata vittoria in finale contro i temibili All Blacks. Il successo della nazionale diventa simbolo della grandezza della neonata “Rainbow Nation”.
[da Wikipedia.it]
A mio parere un bellissimo film, diretto da un Clint Eastwood impeccabile. E l’interpretazione di Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela non è da meno. Matt Damon se la cava bene, anche se da l’idea di essere un po’ inespressivo. Caratteristica che nella passata interpretazione della trilogia di Bourne (The Bourne Identity, The Bourne Supremacy, The Bourne Ultimatum) gli dava la giusta connotazione caratteriale, qui mi sembra un po’ riduttiva.
Da vedere assolutamente!
“In Alaska, dagli anni 60 si sono verificati tantissimi casi di sparizioni misteriose. Nonostante le molteplici investigazioni del FBI, nessun caso è mai stato risolto. Nella cittadina di Nome, la dottoressa Abigail Tyler, psicologa, comincia a videoregistrare le sedute con pazienti traumatizzati e comincia a scoprire le più inquietanti prove di rapimenti alieni mai documentate…”
Un mix, sapientemente miscelato dal regista Olatunde Osunsanmi, tra film e documentario, che evoca inquietudine e sgomento.
Fin da subito ci viene spiegato da Milla Jovovich in persona, che nel film interpreta la psicologa Abigail Tyler, protagonista del film, che quella che stiamo per vedere è la trasposizione cinematografica di fatti realmente accaduti nella città di Nome, in Alaska. È chiaro che questo faccia parte del film, anche se, al dire il vero, cercando in rete non è poi così chiaro se i fatti siano realmente accaduti o meno. Dopo tutto storie come questa che racconta di un CE4 (Close Encounter di IV tipo) ne esistono a migliaia.
La storia sembrerebbe una come tante in stile X-files, ma questa ci si accorge subito essere del tutto originale. Sicuramente il montaggio, a volte ansiogeno, che affianca le scene del film a quelle “realmente” documentate, è il primo aspetto decisivo. Poi si può considerare il fatto che, in fin dei conti, non viene mai asserita nessuna verità. Sì, si vede qualcosa, ma non del tutto. Insomma lascia lo spettatore con molti più interrogativi di quanti ne potesse avere prima della visione del film. E per me questo è davvero interessante.
Per alcuni è la storia del “Messia bianco” che salva gli indigeni.
“Avatar”, l’ultimo film di James Cameron in uscita venerdì nelle sale italiane, è la storia di un marine americano che, trovandosi su un pianeta abitato da alieni dalla pelle blu, simpatizza e si unisce a loro nel combattere gli umani. Secondo un piccolo ma attivo gruppo di contestatori che si fa sentire su Internet, è solo la nuova versione di un classico tema dal sottofondo razzista: l’uomo bianco che arriva a salvare il “buon selvaggio”. Da quando il film è uscito negli Stati Uniti tre settimane fa, riscuotendo un clamoroso successo di critica e pubblico, sono spuntati centinaia di blog, articoli di giornale, messaggi su twitter e video su youtube per protestare contro una “fantasia sulla razza dal punto di vista dei bianchi”. Cameron, è stato detto, ha ripreso “la favola del Messia bianco” con tante analogie con pellicole come “Balla coi lupi”, “L’ultimo samurai” o “Un uomo chiamato cavallo”.
Cameron ha sempre detto di aver voluto fare un film sul rispetto delle differenze e sulla tolleranza. La maggior parte degli americani bianchi, in “Avatar”, sono avari, immorali e violenti al limite della caricatura. In un’email inviata alla Associated Press, Cameron ha detto che Avatar “ci chiede di aprire gli occhi e vedere davvero gli altri, di rispettarli anche se sono diversi, nella speranza di trovare un modo di prevenire i conflitti e vivere più in armonia su questo mondo”.
[APCom - 11/01/2009 17.02]
Curiosità: cercando la definizione della parola “avatar”, ho trovato su wikipedia qualcosa che mi ha colpito e che, almeno io, fino ad oggi ignoravo.
“Presso la religione Induista, un avatar o avatara è l’assunzione di un corpo fisico da parte di Dio o di uno dei Suoi aspetti. Questa parola deriva dalla lingua sanscrita e significa “disceso”; nella tradizione religiosa induista consiste nella deliberata incarnazione di un Deva, o del Signore stesso, in un corpo fisico al fine di svolgere determinati compiti.
Questo termine viene usato principalmente per definire le diverse incarnazioni di Vishnu, tra cui si possono annoverare Krishna e Rama…” [+]
«Su su… svelti eh, svelti, veloci… Piano, con calma. Non v’affrettate, eh. Poi non scrivete subito poesie d’amore, eh! Che sono le più difficili aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni eh… Scrivetele su un altro argomento, che ne so su… su… il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco, che non esiste una cosa più poetica di un’altra, eh? Avete capito? La poesia non è fuori, è dentro! Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu! E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa… Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre! Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto! Morto, tutto è… Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l’allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità! E come si fa? Fammi vedere gli appunti che mi son scordato! Questo è quello che dovete fare! Non son riuscito a leggerli! Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto! Avete capito? E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il pezzo non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh… buttatevi in terra! Mettetevi così! Eccolo qua… Oh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima!? Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono! Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola… “muro”! “Muro” non ti dà retta… non usatela più per 8 anni, così impara! “Che è questo? Boh! Non lo so!” Questa è la bellezza! Come quei versi là, che voglio che rimangano scritti lì per sempre!…Forza cancellate tutto.»
[Roberto Benigni, da "La tigre e la neve"]